food 4

Made in Italy 2.0: per il 2016 maggior integrazione tra makers e imprese (anche nel food)?

Dopo Expo (anno magico per il food in Italia) che cosa ci aspetta per il 2016? L’esposizione universale ha permesso di comprendere meglio i cambiamenti che oggi il mondo dell’alimentazone sta attraversando, nuovi settori dell’innovazione sono emersi, dalla Rural Social Innovation all’Internet of Food per esempio. Ne abbiamo parlato con Claudia Laricchia*,  PM per l’internazionalizzazione del CSDAT (Centro Servizi Distretto Agroalimentare) e con lei abbiamo cercato di capire quali sono per l’Italia le potenzialità delle nuove tecnologie nel settore agroalimentare ma anche i nodi da sciogliere.

1) Il 2015 di Expo è stato l’anno del food. È stato così anche per il food making? Quali sviluppi del settore prevedi per il 2016  E per chi non lo conosce, vuoi spiegarci meglio di che si tratta?

Expo ha piantato nel futuro dell’Italia semi di forte impatto sul mercato. Il seme più importante è probabilmente l’aver conferito all’Italia una maggiore consapevolezza di essere un Paese che sa, può e deve raccontare al Mondo la sua cultura agroalimentare. Il buon cibo, il cibo funzionale, quello prodotto in campi sani, con innovazioni sociali e tecnologiche avanguardistiche. L’Italia, con le sue aziende agricole (3 milioni) e i suoi 20 milioni di ettari, è leader in Europa per la produzione agroalimentare. Lo è con circa 15 milioni di tonnellate di cereali; più di 5 di pomodori; più di 3 di agrumi. E lo è per la qualità dei suoi prodotti certificati.

food 2

Questa consapevolezza è un terreno molto fertile per innovare le dotazioni straordinarie del nostro Paese. Il Food System oggi vale 3mila miliardi di dollari e diventa sempre più competitivo proprio con le nuove tecnologie. Droni in agricoltura; Internet del Cibo; Agricoltura di Precisione; Smart Packaging; Stampanti 3 D; Smart Kitchen; Big Data e sensori applicati al food, alle etichette interattive, possono rendere gli alimenti più salubri, funzionali, i processi produttivi più sostenibili ed incrementare i livelli di sicurezza alimentare. Smart Farm, Startup innovative, e grandi leader mondiali del settore, ne parleranno ancora a Milano, ancora a Maggio, con Seeds&Chips (MiCo, 11-14 Maggio 2016), l’appuntamento che eredita la grande sfida italiana di Expo e rilancia su tutti i temi dell’innovazione applicata all’agroalimentare.

food 3

Questi temi, infatti, hanno un enorme impatto sul mercato (dopo Expo, il valore dell’export dell’agroalimentare ha raggiunto la cifra record di 36 miliardi di Euro), ma soprattutto sulla vita degli Esseri Umani e del Pianeta, considerando che nel 2050 ci saranno 9 miliardi di persone da sfamare e che Enti internazionali stanno per questo lavorando per la sfida #ZeroHunger, come il WFP (World Food Programme).

2) Che ne pensi del “movimento” makers del 2015 e ti senti di fare qualche previsione per il 2016. Quali credi siano, oggi, le criticità dei makers e dei fablab in Italia?

Il movimento dei makers genera un fermento estremamente interessante e, credo, sottovalutato in Italia. Elemento paradossale, se si considera la struttura del sistema produttivo italiano e l’ampia competitività che i makers potrebbero conferire ad un settore manifatturiero in difficoltà, nonostante la riconoscibilità di uno stile unico nel mondo. L‘integrazione dei fablab e dei makers nei modelli tradizionali di business di imprese italiane più classiche, genererebbe un’esplosione di competitività del Made in Italy 2.0. nel mondo.

È questo il principio su cui ho basato la fondazione di IDS, Internazionalizzazione Digitale e Smart: l’integrazione di innovazioni nei prodotti e nei processi produttivi tradizionali italiani, possono generare modelli promozionali internazionali completamente diversi, ed in grado di essere raccontati non più dalle imprese, ma dai fruitori delle esperienze connesse a quei prodotti e ai quei processi. Fruitori che si identificano nei valori collegati ai brand aziendali. Consumattori. Cioè consumatori-attori, agevolati dalle integrazioni innovative.

Questo concetto è stato di recente confermato da Marco Morchio, Accenture Strategy Lead per Italia, Europa Centrale e Grecia che in un interessante articolo apparso su ITEspresso, sottolinea, a proposito di integrazione tra startup innovative e grandi imprese italiane tradizionali, che in Italia non si riesce ancora a realizzare una collaborazione efficace, il che “rischia di far perdere un’opportunità di crescita di 35 miliardi di euro, ovvero un 1,9% aggiuntivo sul Pil del nostro Paese. A livello mondiale, è a rischio un potenziale di crescita di circa 1,5 trilioni di dollari, pari al 2,2% del Pil”. Una ricerca dell’Accenture svela che secondo il 76% delle aziende di grandi dimensioni su oltre 2mila imprenditori intervistati in 20 paesi, Italia compresa, sono le startup a rendere più digitale il business, aumentando il fatturato dal 7% al 16% nei prossimi cinque anni. Questo principio vale anche per i makers e una delle ragioni più inquietanti di tale ritardo è semplicemente la diffidenza degli imprenditori e dei decisori di grandi imprese. Alla diffidenza degli imprenditori si contrappone invece l’apertura dei modelli dei makers che insegnano ad utilizzare codici aperti, a condividere.

I makers sono il movimento che Battiato canterebbe con Ineres Auge: Inneres Auge, cioè il tutto è più della somma delle sue parti.

3) Come viene percepita nella tua regione (ma anche in generale in italia) l’innovazione nell’ambito del food, anche dai non makers?

La Puglia ha una vocazione territoriale fondata sull’agroalimentare, con il 90% di superficie agricola dei suoi 2 milioni di ettari e oltre 80mila imprese agroalimentari che generano una produzione lorda vendibile di 2,3 miliardi di Euro. Produzione di grande qualità con 11 prodotti Dop, 28 vini Doc, 4 Docg e 6 Igt, e circa 250 prodotti tradizionali riconosciuti dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Allo stesso tempo, ha una politica di sviluppo regionale che per la Programmazione 2014-20 si fonda su una strategia denominata “Smart Puglia 2020“,che tende cioè a valorizzare il contributo di innovazione applicato a tutti i settori strategici dell’economia regionale.

food 5

Il tacco dello stivale ha tutte le carte in regola per far decollare l’economia attraverso l’innovazione nel food. Non a caso ci sono 2 Distretti Produttivi, 1 Distretto Agroalimentare Regionale (il DARe Puglia) ed il CSDAT, il centro servizi del distretto agroalimentare del Tavoliere che ha inaugurato la propria sede a Foggia lo scorso 29 Dicembre e che è gestito dal Consiglio nazionale delle Ricerche. E non è un caso che in Puglia ci sia anche un interessante fermento in termini di innovazione sociale in agricoltura. È il caso dell’Hub rurale di Giuseppe Savino, Fondatore dell’Associazione “Terra Promessa” e di VaZapp, che sta creando nella sua tenuta rurale una serra dove si coltivano idee e relazioni, coworking, teatri del grano e che sta realizzando con le contadinner un’azione di networking tra 400 giovani agricoltori.

L’innovazione nel food in Puglia viene dunque percepita come una chiave di volta essenziale per lo sviluppo territoriale. Credo che in tutti i casi si debba imparare ancora molto da Benchmark internazionali come il Technopole Saint-Hyacinth in Canada o per restare in Italia, dal Parco Tecnologico Padano, che applica una serie di straordinarie innovazioni al settore agroalimentare.

4) Che ne pensi della Maker Faire Rome del 2015? Consigli e/o spunti di lavoro per gli organizzatori per il prossimo anno?

Sul punto credo che l’Italia, come sempre, non debba scimmiottare format che non le appartengano. Dobbiamo imparare dai migliori, ma raccontare il nostro stile, il nostro saper fare, la nostra cultura, cioè come decliniamo il nostro DNA nelle attività che possono innovare, rinnovare, hackerare persino, lo straordinario sistema produttivo italiano apprezzato il tutto il mondo. La valorizzazione di questi valori è un punto centrale. Credo che si possa anche rafforzare la parte di promozione internazionale, posizionandosi in maniera più incisiva sui mercati esteri e agevolando ulteriormente lo scambio di buone prassi.

Inoltre, Make Faire potrebbe davvero rappresentare il riferimento dove consolidare un business, dando maggior spazio non solo alla sperimentazione e al confronto (ottimi i temi, soprattutto su internet delle cose), o alla festa di una sorta di raduno allegro tra visionari, ma anche ad incontri one2one d’affari con aziende in grado di integrare i prodotti o processi con le innovazioni dei makers o con investitori. In questo tipo di eventi, trovo che il business matching ed il networking qualificato sia sempre il valore maggiore, pertanto punterei – per le prossime edizioni – più su questo aspetto. Oggi le Fiere devono saper essere “all – line”, cioè devono saper valorizzare le enormi potenzialità del business matching che possono garantire on line (anche tramite strumenti di etnografia digitale, lavorando quindi moltissimo prima e dopo l’evento, più che durante), ed off line, appunto grazie al luogo fisico dove stringersi mani e accordi. I miei complimenti vanno agli organizzatori per tutto il  lavoro, l’impegno e per la grande capacità di esser riusciti a capitalizzare un’energia straordinaria e a capitalizzarla e canalizzarla in un evento che possa crescere, come l’autorevolezza e la credibilità del movimento dei makers.

*Claudia Laricchia
Dottore Commercialista e Project and International Business Development Manager.
Esperta di internazionalizzazione delle imprese e della PA. Digital Champion, Team Milano.
PM per l’internazionalizzazione del CSDAT (Centro Servizi Distretto Agroalimentare) gestito dal CNR, per Sonted s.r.l.

SHARE:

blog comments powered by Disqus