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3D KiBOT, ovvero come un FabLab può aiutare i giovani maker a diventare grandi

Questa è la storia di una exit. No, non si tratta di una vendita milionaria e di un colosso che ingloba un meritevole piccolo, come solitamente ci si riferisce, in ambito startup, con questo termine. Si tratta di una vera “uscita”, un passo fondamentale per due giovanissimi ragazzi, Giorgio Bacchetti e Thomas Piardi, che entrati all’interno del FabLab Brescia oggi ne escono con un prodotto tutto loro. Parlo della stampante 3D KiBot, interamente progettata e realizzata dai due makers in collaborazione con il laboratorio digitale lombardo. Un prodotto italiano, open source, dal design intelligente ed elegante.

Questa è una storia affascinante che, in fin dei conti, può dimostrare al meglio ciò che un FabLab virtuoso, come quello di Brescia, può fare per i nostri ragazzi: accoglierli, aiutarli a sviluppare il loro talento, migliorarli attraverso l’esperienza e il confronto, supportarli nel momento della loro “exit”. Un percorso formativo dall’importanza incalcolabile.

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Questa è una storia che, tra un esame universitario e l’altro, mi hanno raccontato i diretti protagonisti, Giorgio e Thomas:

Raccontatemi qualcosa di voi: cosa volevate fare da piccoli, che studi avete fatto, come vi siete incontrati.

Giorgio: «Fin da piccolo sono sempre stato appassionato al mondo del fai da te e dell’autocostruzione, merito di mio padre che era falegname e mi portava con lui al lavoro. Insieme costruivamo di tutto lasciando carta bianca a inventiva e creatività; a circa 8 anni mi sono appassionato al mondo dell’elettronica grazie ad un gioco in scatola che permetteva di capire il funzionamento dei componenti elettronici base con simpatici esperimenti (transistor, resistenze, condensatori etc…), da li sono passato ad assemblare il mio primo computer qualche anno più tardi».

Thomas: «Anche io ho da sempre coltivato la passione alla manualità ed al fai da te, con mio padre (esperto meccanico industriale) coltivavo anche l’hobby per l’aereomodellismo realizzando aerei di varie dimensioni».

Giorgio: «Entrambi, forse incentivati anche dal territorio nel quale siamo cresciuti, intessuto nella cultura della manualità con spirito imprenditoriale e soprattutto artigianale, dopo la 3a media ci siamo iscritti al corso ITIS a indirizzo meccanico di Vobarno dove ci siamo conosciuti e diplomati nel 2014. Durante i 5 anni abbiamo realizzato alcuni piccoli progetti, ultimo e più importante la nostra stampante 3D KiBot».

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Come avete conosciuto il mondo dei makers? E il FabLab?

Thomas: «Il mondo dei makers lo abbiamo conosciuto 3 anni fa con il nostro insegnante discutendo del mondo dell’open source con particolare riferimento alla scheda arduino e relative applicazioni. Il FabLab viene di conseguenza dopo i concetti sopra citati. È nata poi la consapevolezza di avere uno spazio di sperimentazione e condivisione per favorire il dialogo tra giovani e l’incontro con professionisti e imprese».

Ditemi qualcosa sulla vostra esperienza con il FabLab Brescia

Giorgio: «La collaborazione con il FabLab Brescia ci ha permesso di confrontarci con persone che condividevano la nostra passione. La partecipazione ad eventi e workshop ci ha permesso di acquisire nuove competenze in ambiti a noi sconosciuti, che ha portato sicuramente ad una ricaduta positiva sulle nostre conoscenze».

Thomas: «Abbiamo incontrato persone le quali hanno creduto al nostro progetto e ci hanno permesso di fare esperienze in contesti diversi da quelli frequentati da normali studenti come ad esempio presenziare workshop, fiere ed eventi. Una recente collaborazione con la Federazione Nazionale Collegio Infermieri IPASVI, presso il dipartimento di Ingegneria di Brescia, dove si parlava di contaminazione tra mondo makers e professioni infermieristiche. Grazie al FabLab saremo anche presenti a Model Expo Verona (21/­22 Febbraio 2015), la più grande fiera di modellismo italiana. Saremo presenti anche a 3d Hub dove parleremo, promuoveremo e faremo corsi per studenti interessati alla tecnologia della prototipazione rapida 3D».

Quando avete intuito di poter costruire la vostra stampante 3d? 

Giorgio: «L’idea di autocostruirci una stampante 3d nasce a ottobre 2013 visitando con la nostra scuola la fiera Mecha­Tronika a Milano. Tra i vari stand e padiglioni quello di Sharebot ci colpì più degli altri. Ci siamo appassionati fin da subito e parlandone a scuola abbiamo scoperto che il nostro docente Fabio Caruccio era appassionato alla stampa 3D e al mondo dei makers. Grazie al suo supporto siamo entrati in questo fantastico mondo scoprendo che, una stampante di quel livello, si poteva benissimo costruire avendo le giuste capacità e conoscenze: da lì è nato il nostro progetto KiBot. Abbiamo intuito in quel momento di poter costruire la nostra e personale stampante 3D. Grazie alle varie competenze acquisite a scuola, miscelate e indirizzate alla realizzazione di un progetto reale, con una filosofia learning by doing, una stampante 3d era la macchina ideale che riassumeva abilità legate all’informatica, meccanica ed elettronica. Durante la costruzione siamo stati costretti ad utilizzare la lingua inglese dal momento che non erano presenti molti articoli e forum come oggi riguardanti la stampa 3d e la sua auto-costruzione; questo ci ha permesso una contaminazione della lingua universale, molto importante oggigiorno».

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Che caratteristiche ha? In cosa si differenzia dalle altre sul mercato?

Thomas: «La nostra stampante deriva dal progetto RepRap ed è l’evoluzione della prusa I3 con diverse migliorie, dalla meccanica all’estetica. Ad esempio piccoli ma essenziali accorgimenti per il sistema di movimentazione dell’asse Z. Il punto di forza è la struttura in legno compensato (innovativo in questo campo) al posto del classico MDF. Questa scelta è stata valutata grazie al confronto costante con un artigiano del settore, il quale ci ha consigliato i migliori materiali aventi eccellenti caratteristiche chimiche, fisiche e meccaniche rispetto ai soliti commercializzati. La struttura viene ritagliata con un pantografo CNC al posto del taglio laser evitando inestetiche bruciature lungo i bordi, inoltre può essere customizzata a seconda dei gusti del cliente. Ad esempio variando il legno utilizzato, la colorazione e finitura superficiale è possibile mettere in evidenza le sue venature con un notevole miglioramento estetico, fattore per noi fondamentale».

Il progetto è Open Source? Quanto costa?

Giorgio: «Il progetto è completamente open source, cultura in cui crediamo molto, stiamo sviluppando una pagina facebook dal titolo: Una stampante 3d in ogni scuola, dove poter condividere questo ed altri progetti nati nelle varie scuole italiane. Data la flessibilità della customizzazione della nostra stampante, il prezzo varia a seconda delle caratteristiche richieste dal cliente».

Quali sono i prossimi passi? Avete in mente altri prodotti?

Thomas: «Attualmente siamo in grado di realizzare stampanti 3d con tecnologia FDM sia per PLA che ABS, mirando il nostro core business non su una produzione di massa ma su un prodotto che rappresenti il meglio della produzione e della qualità italiana e che sia degno del marchio Made In Italy. Creando un prodotto su misura che riesca ad inglobare la creatività, il design e l’innovazione. Altra caratteristica molto interessante è la possibilità di acquistare la stampante in kit di assemblaggio, il cliente oltre ad avere un vantaggio economico si mette in gioco imparando meglio il funzionamento di tutte le parti della stampante».

C’è qualcosa che non vi ho chiesto e che volete venga sottolineato nell’articolo?

Giorgio: «Il nostro è un grido di aiuto, ci rivolgiamo alla popolazione italiana: Imprenditori, Imprese, Distretti tecnologici, Finanziatori che credono in un gruppo di giovani e che possano finanziare il nostro progetto di realizzazione di stampanti 3d, ma soprattutto creare un Hub­Maker space nel nostro territorio della Vallesabbia. Tutto ciò per poter promuovere la cultura dell’intraprendere e far capire alle piccole medie imprese italiane, che oggi credono ancora nella qualità italiana e nelle startup innovative, che noi Italiani abbiamo ancora tutte le capacità per poter competere nel mercato internazionale.

Thomas: «e non dimenticate: Embrace It, Don’t Fight It!».

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